La vendetta delle serpi alate

Gli occhi dei reduci della stirpe di Viribrom, colmi di lacrime, si posarono sull’inquietante carneficina che aveva macchiato indelebilmente le sfarzose aule del palazzo del re, empia conseguenza degli efferati crimini dei cultisti della Fiamma d’Ebano. Gli sconfortati superstiti volsero allora lo sguardo verso il cielo cupo, aggrappandosi all’esile speranza che il sire squarciasse le nubi scure, e riprendesse il posto che gli spettava di diritto sul trono di Erengoth. Eppure vana fu la loro attesa, ché l’ultimo signore di Nelibria mai avrebbe fatto ritorno tra le mura di Mampang.

Era già tarda mattinata quando la compagnia giunse finalmente sulle sponde immobili del grande lago di Iklala. Lieta di poter rivedere finalmente il cielo terso, Marchesa si concesse una breve sosta, mentre i suoi compagni riempivano otri e borracce, immergendoli nelle acque limpide dello smisurato specchio d’acqua.

Bell approfittò di quella necessaria tregua per verificare la quantità di provviste rimasta a disposizione dei viaggiatori, giudicandola invero assai scarsa. Mòrnas nel frattempo, lasciò che il suo fedele nibbio si levasse in volo, nella speranza che gli occhi del rapace riuscissero ad individuare qualche indizio che indicasse alla compagnia la direzione più propizia da percorrere.

Il druido si mise poco più tardi alla testa del piccolo gruppo di avventurieri, procedendo verso nord; e dopo una lunga e faticosa marcia, giunse finalmente in vista di ciò che il suo compagno animale aveva scorto da lontano, soltanto poche ore prima.

Una costruzione modesta sorgeva su una piccola piattaforma, sorretta da robusti pali di legno; una lunga chiatta a remi era ancorata poco distante, in parte nascosta da ampie reti da pesca. Una coppia di giovani lavoranti, che indossavano soltanto corte braghe di stoffa sorrette ai fianchi da rozze cinture di cuoio, interruppe le proprie fatiche e sgranò gli occhi, meravigliata dal vedere la fila degli impavidi viaggiatori che emergeva dai confini della foresta di Snatta.

Fu tuttavia un terzo uomo, decisamente più attempato, ad accoglierli in modo burbero: si trattava di Thefel, il barcaiolo di Iklala, ben noto tra le vie del borgo di Dralseric per la propria indole avida e sospettosa.

Maela si fece avanti ed intraprese quasi subito una trattativa serrata, ottenendo infine, in cambio di una modesta somma di denaro, un rapido passaggio fino alla sponda opposta del lago di Iklala, insieme ad una discreta quantità d’olio di pesce, che avrebbe dovuto tenere lontano, così almeno sperava l’alchimista di Kharé, il famigerato Serpente dell’Acqua.

Grinwald e Mòrnas presero quindi posto ai remi della piccola imbarcazione, ed impiegando senza risparmio la forza delle braccia muscolose, si prodigarono per raggiungere gli approdi occidentali prima possibile.

Philip valutò che la traversata sarebbe stata relativamente breve, in quanto la meta non sembrava poi così lontana, ma ben presto si rese conto che la costa più vicina apparteneva all’isola di Nilarni, collocata quasi a ridosso delle sponde orientali del lago di Iklala.

Quando anche Mòrnas si accorse della destinazione scelta dal conducente dell’imbarcazione, esortò subito il traghettatore a cambiare rotta, ma Thefel non sembrava averne alcuna intenzione: l’avido pescatore intendeva infatti trarre il massimo profitto da quella traversata, desiderando raccogliere, tra le basse acque di una delle anse più riparate, i pesci catturati dalle semplici trappole acquatiche che aveva disposto in precedenza.

Il druido protestò veementemente, ma il bisbetico barcaiolo non si lasciò dissuadere e imperterrito continuò a tenere la barra verso la costa dell’isola. Il ramingo accarezzò l’idea di prendere a sonori ceffoni quel dannato farabutto, ma i suoi insegnamenti gli vennero in aiuto, e decise di non levare la mano contro quella creatura dal cuore così piccolo e misero.

Quando la costa si fece più vicina, Thefel riprese la parola, mettendo in guardia gli avventurieri dal non allontanarsi troppo dalla sicurezza offerta dalla baia: l’isola di Nilarni ospitava infatti il leggendario Specchio di Sicalla, la cui misteriosa origine aveva attratto, fino a qualche anno prima, numerosi cercatori di tesori.

Il barcaiolo naturalmente aveva approfittato delle loro necessità, traghettando coloro che lo desideravano in cambio di conio sonante, ma riferì che gli scapestrati che erano tornati indietro dal cuore dell’isola, gli erano apparsi storditi e confusi, incapaci di riferire chiaramente ciò che avevano visto. Thefel si era convinto inoltre che nessuno tra essi fosse tornato più ricco di quando era partito, e rinnovò il suo consiglio di non allontanarsi troppo dall’imbarcazione.

Gli audaci si consultarono brevemente, ed approfittando della distrazione di Marchesa, decisero, almeno in quella occasione, di non ficcare il naso nell’inquietante mistero dell’isola di Nilarni.

Una volta giunti a destinazione, Grinwald e Philip scavalcarono il parapetto, affondando gli stivali nel fondale basso ma traditore della baia, con l’unico intento di assistere Thefel, e ripartire prima possibile. I tre quindi si divisero, ognuno portando con sé un secchio di legno, ed iniziarono a controllare una ad una le rudimentali trappole del barcaiolo.

Sebbene la giornata fosse luminosa, Maela non era ancora riuscita a trovare piena serenità, poiché troppe rocambolesche avventure erano occorse in quel lungo viaggio, che si era rivelato molto più emozionante di quanto avrebbe mai immaginato. Quando anche Philip scomparve alla vista, nascosto dalle canne che crescevano nella baia, sentì la sua ansia crescere, al punto da sobbalzare quando Marchesa sembrò volgere il capo con uno scatto improvviso, verso una direzione precisa.

La baronessa tuttavia non poteva essere certa di aver udito davvero qualcosa di sinistro. Interrogata, riferì che le era parso come di udire un tonfo, proprio oltre i rami di un salice biancastro, simile ad un vecchio dalla schiena curva desideroso di dissetarsi nelle acque limpide della baia.

L’alchimista di Kharé cercò di mantenere la calma ma non riuscì a distogliere lo sguardo dal salice fino a quando non vide Thefel che avanzava scostandone goffamente i rami. Il traghettatore si avvicinò caracollando, mentre sorreggeva soddisfatto il peso del secchio, colmo di pesci che ancora si dibattevano vanamente. Quando anche Philip e Grinwald fecero ritorno alla chiatta, anch’essi portando seco con un secchio pieno di pesci catturati, il viaggio riprese come concordato; ben presto l’isola di Nilarni ed il misterioso Specchio di Sicalla rimasero alle spalle dei viaggiatori, i cui capelli erano mossi a stento, accarezzati dalla piacevole brezza che giungeva da oriente.

La traversata procedeva lenta, e Maela ritrovò la pace interiore, poiché le calme acque del lago non promettevano alcuna spiacevole sorpresa. Eppure, dopo appena qualche ora, l’imbarcazione si infilò lentamente in un banco di nebbia, che si fece pian piano talmente fitto da offuscare quasi del tutto la vista degli avventurieri. Un freddo sempre più intenso cominciò ad avvolgere l’imbarcazione, e coloro che non si trovavano ai remi sentirono il bisogno di infagottarsi meglio nei propri mantelli.

Dal canto suo, Thefel ostentava sicurezza, poiché a suo dire aveva percorso quella tratta molte volte, perfino nella più totale oscurità. Tuttavia, quando la prua fu costretta ad arrestarsi, fu evidente a tutti i viaggiatori che il gelo e la foschia non avevano alcuna origine naturale, e con orrore Grinwald si accorse che l’acqua intorno all’imbarcazione si stava cristallizzando rapidamente in ghiaccio, intrappolando la chiatta da ogni parte.

Maela si alzò protestando veementemente contro Thefel, maledicendo le sue false rassicurazioni: ma il barcaiolo non sembrava più in grado di risponderle, come improvvisamente assopito, e non reagì nemmeno quando l’alchimista di Kharé lo scosse con entrambe le mani, afferrandolo per la giubba sudicia. La viaggiatrice non ebbe quasi il tempo di chiedersi cosa stesse accadendo, che un suono raccapricciante la costrinse a voltarsi di scatto.

Il ghiaccio si frantumò con uno schianto sul fianco dell’imbarcazione, e dalle profondità del lago emerse sibilando il Serpente dell’Acqua, dalle scaglie umide e azzurre. Grinwald imbracciò subito lo scudo invocando il favore di Libra, ma dall’alto la nebbia venne squarciata, rivelando le fauci del Serpente della Luna. Maela lasciò andare subito il barcaiolo, che si accasciò sul fondo dell’imbarcazione, ed indietreggiò, mentre i combattenti imbracciavano le armi e si preparavano alla battaglia, sostenuti dalle melodie stregate di Philip.

Eppure, un brivido improvviso costrinse l’alchimista di Kharé a voltarsi, scrutando timorosa alle sue spalle; e nel vuoto, sospesi, scorse due occhi gelidi tagliati da una pupilla simile ad un’esile fessura che la fissavano con crudeltà, incorniciati dalle spire eteree del Serpente dell’Aria. Immediatamente Godric si lanciò in sua difesa, mentre le zanne del terzo emissario dell’Arcimago si avventavano sulla terrorizzata viaggiatrice.

La battaglia infuriò violentemente sulla piccola imbarcazione, incastrata nel ghiaccio: Bell e Marchesa affrontarono insieme il Serpente della Luna, le cui scaglie lucenti erano state annerite dal fuoco sprigionato dalle ampolle alchemiche di Maela, mentre Grinwald e Mòrnas si batterono con coraggio contro il Serpente dell’Acqua, reso vulnerabile dall’olio che la compagnia aveva acquisito in precedenza.

Tuttavia il Serpente dell’Aria non poteva essere sconfitto nemmeno dalle armi meno comuni: Maela scavalcò dunque il parapetto, correndo sul ghiaccio alla ricerca del corpo materiale abbandonato dalla mostruosità alata, così come il simulacro di Snatta aveva rivelato soltanto il giorno prima. Eppure, nulla si trovava sulla stretta distesa di ghiaccio, ovunque la luce della torcia dell’alchimista potesse illuminare.

Fu Philip a rendersi conto di quel vile inganno per primo: il Serpente dell’Aria aveva mutato il suo aspetto, così come aveva fatto in precedenza il Serpente della Terra. Il corpo del barcaiolo non apparteneva a Thefel: il bisbetico traghettatore era stato probabilmente sopraffatto sull’isola di Nilarni, ed il diabolico demone-serpente ne aveva preso il posto, conducendo i malcapitati viaggiatori tra le fauci dei suoi simili. Maela rabbrividì alla sinistra rivelazione ed immediatamente afferrò il corpo inerte del barcaiolo, e con tutte le sue forze cercò di trascinarlo oltre la distesa ghiacciata.

Fu allora che Grinwald inflisse il colpo mortale al Serpente dell’Acqua, e la gelida superficie generata dalla volontà dell’emissario di Mampang si frantumò e si sciolse, tanto velocemente quanto si era formata.

Maela, comprendendo il grave pericolo, riuscì appena in tempo a liberarsi del corpo con le fattezze di Thefel, e balzò con la stessa agilità di un gatto di Snatta sull’imbarcazione, mentre Philip, Bell e Marchesa distrussero insieme il Serpente Lunare. Il corpo dalle sembianze di Thefel, svuotato completamente d’aria, colò a picco inabissandosi nel lago di Iklala, ed il serpente alato, benedetto dalla dea Sifel, si disperò, poiché non poteva colmare in nessun modo quella distanza. La malabestia eterea sibilò orrendamente e torse le sue spire, disperdendosi insieme alla nebbia innaturale.

Tesi e doloranti, gli avventurieri si accovacciarono sul fondo dell’imbarcazione, mentre coloro che ancora avevano forze si prodigavano per fasciare le ferite subite o invocare incantesimi lenitivi. Soltanto quando tutti furono in grado di riprendere il viaggio, Grinwald e Mòrnas raccolsero nuovamente i remi, e senza effettuare più alcuna sosta, raggiunsero la sponda occidentale del lago di Iklala, lasciando che la prua si arenasse infine su una spiaggia fangosa e scura.

Prima di abbandonare l’imbarcazione, Bell si occupò di distribuire i pesci raccolti nella baia di Nilarni tra i suoi alleati, in modo che la compagnia potesse disporre di provviste sufficienti per i giorni successivi. Dopo aver assicurato il proprio equipaggiamento e controllato lo stato degli armamenti, gli avventurieri si misero in marcia, inoltrandosi caparbiamente attraverso i territori limacciosi e maleodoranti delle paludi di Maligoth.

Mentre avanzavano aprendosi la via tra le piante strangolatrici e i cespugli urticanti irti di spine ricurve, circondati dai fastidiosi insetti dell’acquitrino, i viandanti si scoprirono con i nervi tesi e allerta, poiché nessuno tra essi aveva dimenticato le parole di Seleria. Il Serpente del Tempo dimorava in quel luogo tenebroso, così come gli Yrkin che avevano aggredito e crocifisso la strega delle Baddu-Bak.

Così, quando si imbatterono nelle tracce lasciate da calzature numerose ma più piccole degli esseri umani, gli avventurieri intuirono che dovevano appartenere proprio ai malevoli Yrkin. Bell esaminò con cura le tracce insieme a Mòrnas, ed i due compagni dedussero che il numeroso gruppo di vili creature aveva percorso il tratto a grande velocità, come se inseguisse qualcuno… o fuggisse da qualcosa.

Gli avventurieri si consultarono brevemente sul da farsi, ed infine decisero di seguire le impronte, deviando decisamente verso sud, fino ad arrivare in vista di un gruppo di basse colline annerite. Segni di una qualche civiltà erano visibili nei pressi di una stretta spaccatura sul fianco della bassa parete rocciosa: corde marcite, utensili rotti e schegge d’arma forgiata rivelavano la presenza di creature che dovevano possedere almeno la stessa intelligenza dei goblin.

I valorosi sostarono un momento per riprendere fiato. Vi era infatti la possibilità che gli Yrkin avessero avuto successo, ed avessero già bandito il Serpente del Tempo dalla palude di Maligoth; tuttavia, forse perché afflitti dalle numerose vicissitudini di quel viaggio tormentato, nessuno dei viaggiatori ripose alcuna speranza che un esito così favorevole si fosse già verificato.

E la storia, come oggi sappiamo, diede loro pienamente ragione