Così il supremo Conte Vampiro, irritato dalla resistenza opposta dalle inviolabili mura maledette di Kharé, ordinò alle mostruose creature alate di oltrepassare in volo le cascate di Velkaroth, e ritornare al suo cospetto con le teste recise della corrotta stirpe di Viribrom. Le deformi e scheletriche gargolle tuttavia mai fecero ritorno, ed esse giacciono ancora nei luoghi ove vennero sconfitte, stritolate tra le radici dei Mangiauomini e sovrastate per sempre dalle cupe ombre della foresta di Snatta.
Gli avventurieri, esausti, decisero infine di concedersi una lunga sosta all’ombra di uno degli alti obelischi che delimitavano la sorgiva sacra. I volti dei viandanti, anneriti dal fango, erano corrucciati e tesi, poiché sebbene Bell non avesse abbandonato completamente l’idea di aprirsi strada con la forza, il ricordo degli artigli dei Mangiauomini era ancora troppo vivido perché alcuno dei suoi compagni desiderasse davvero ricorrere alle armi per superare l’ordalia, a cui erano stati chiamati dal misterioso custode della selva.
Perdipiù, la misteriosa guida che li aveva condotti alla sorgiva non sembrava per nulla spazientita o irritata dai continui fallimenti degli avventurieri, e rimase innaturalmente immobile per ore, ricorrendo semplicemente ad un flauto di canne con il quale accompagnare i fallimentari tentativi della compagnia con note basse e grevi.
Mòrnas intui allora che l’intera ordalia doveva avere avuto un significato profondo durante l’iniziazione degli adepti che intendevano unirsi al conclave dei druidi di Snatta; il ramingo dei boschi si convinse che il suo scopo originario fosse quello di trasmettere un importante insegnamento ai discepoli dell’Antica Fede. Eppure i simboli, ormai corrosi dal tempo, non offrivano alcuna semplice soluzione.
Quando gli avventurieri si misero nuovamente all’opera, anche la nuova proposta escogitata venne accompagnate dalla consueta nota grave; eppure all’udito fine del bardo, non sfuggì una impercettibile variazione che era occorsa durante l’ultima delle combinazioni provate.
Fu in grazia di questo minimo dettaglio che la compagnia fu in grado, attraverso numerosi esperimenti, di trovare più triadi di combinazioni, errate fino a quando non vennero poste nell’ordine corretto, manifestando finalmente la soluzione dell’enigma: le fasi del ciclo della vita, che passava dalla morte alla rinascita, ebbero l’effetto di cangiare il colore della sorgiva, mutandolo dapprima in un potente elisir vitale, e successivamente in un mortale veleno.
Il custode dei Mangiauomini sembrò soddisfatto della caparbia dimostrata dagli avventurieri, e fece loro cenno di seguirlo, inoltrandosi tra le ombre della foresta. Così la compagnia, dopo aver smontato rapidamente l’improvvisato accampamento, si affrettò a seguirne i passi.
Eppure, mentre procedevano verso il cuore della selva, i viaggiatori si accorsero del graduale cambiamento che occorreva intorno a loro: il terreno era diventato infatti limaccioso e molle, mentre piante parassite sottraevano subdolamente la forza degli alberi più maestosi. Sebbene il custode procedesse senza esitazione, tra i bagliori emanati da opachi fuochi fatui, Mòrnas non ebbe alcun dubbio: un male antico aveva ghermito il cuore della foresta di Snatta, avvelenando l’indomabile e rigogliosa selva che arginava la piana desertica delle Baddu-Bak.
D’un tratto, gli alberi malati si fecero più radi, lasciando posto ad un pantano maleodorante illuminato a stento dai raggi obliqui del sole morente. Numerose creature scheletriche, munite di ali, simili a quella che avevano già visto tra le radici di uno dei Mangiauomini, giacevano nel fango, come grottesche sculture abbandonate da secoli. L’eremita le ignorò e si diresse verso il centro dello sconfortante acquitrino, ove sorgeva un albero imponente, d’aspetto curvo e malsano.
Incassato su uno dei fianchi del nodoso fusto, come collocato in una nicchia buia, era stato intagliato uno scranno dall’alto schienale, occupato da una creatura umanoide, le cui membra, il viso scarno e la corona dalle punte aguzze sembravano essere state ricavate da un unico blocco di legno.
Non si trattava tuttavia dell’opera di un fine artigiano: il volto della scultura era stato intagliato rozzamente, ed era privo di qualsiasi dettaglio. Il viso, liscio e inespressivo, era privo di bocca e naso, e solo due incavi suggerivano la posizione degli occhi. Il capo, reclinato da un lato, diede a Grinwald l’impressione di trovarsi al cospetto di una regina che si fosse assopita sul trono, scevra di alcuna regalità.
Una delle mani dell’opera lignea, più simile ad un artiglio, era rivolta verso l’alto e tra le dita erano stati agganciati alcuni amuleti realizzati con foglie e rametti intrecciati, simili a quelli che adornavano le corna della maschera del custode.
Quando la compagnia giunse più vicina, quattro creature si staccarono dal tronco dell’albero, dove evidentemente avevano trovato riparo; ognuna di esse indossava una maschera realizzata con il teschio di un gigantesco volatile, adornata da corna, molto simili a quelle della misteriosa guida che li aveva condotti nel cuore della foresta.
Incerti sul da farsi, gli avventurieri attesero qualche istante senza proferire parola. Poi, poco più in alto sulla schiena di Mòrnas, un sinistro bagliore fioco cominciò a irradiarsi lentamente dai frammenti della Fonte della Vita, incastonati sulla sommità del bordone appartenuto a Dorian.
Seguendo il suo istinto, il druido rimosse con cura il bastone dalla cinghia con la quale lo aveva assicurato alla sua schiena e depose il manufatto della veste-nera nel palmo della mano aperta della scultura.
Come forse già si attendeva, le dita della statua si chiusero lentamente sul bordone, e il capo si scosse. La creatura che era assisa sul trono si alzò lentamente appoggiandosi al bastone mentre Mòrnas, prudentemente, si allontanò di un passo.
Forse, se il druido avesse conosciuto l’origine delle gemme che adornavano il bastone di Dorian avrebbe potuto spiegare meglio ciò a cui i suoi occhi increduli stavano assistendo: ché il potere della Fonte della Vita stava già risanando ciò che da tempo un male crudele aveva corrotto. L’erba intorno al maestoso albero si fece più verde e rigogliosa, e foglie di un colore intenso apparvero lentamente tra i rami, fino a formare una chioma intrisa di un’indomabile vitalità.
La scultura senza volto infine fu scossa da un fremito, ed una voce possente e antica sembrò quasi rimbombare nelle menti di ognuno dei viandanti. Poiché essi erano al cospetto del simulacro di Snatta, le cui radici avevano reclamato per sé la terra tra il grande lago di Iklala e le steppe aride delle Baddu-Bak.
Mòrnas perorò subito la causa degli avventurieri, ed il capo della statua si mosse in un cenno di assenso, accompagnato da parole di gratitudine, poiché soltanto il potere della Fonte della Vita avrebbe potuto distruggere la sacrilega maledizione che stringeva, come in una spietata morsa, il cuore della selva.
Fu così che il sacerdote di Leaglys apprese con tristezza che l’antico conclave di Snatta non era più, ma che il suo ultimo sacrificio aveva contenuto l’empia marcescenza inflitta dagli spietati emissari del Conte Vampiro. Consunti papiri, vergati in epoche remote, erano stati affidati a creature semi-senzienti in grado di sorvegliare i confini della foresta e di placare l’ira dei Mangiauomini. Le arcaiche missive erano state meticolosamente vincolate ad istruzioni precise, ed erano state inviate ai più venerabili tra circoli druidici del Vecchio Mondo nel momento in cui le nere ali di Valraven erano ritornate a gettare la propria ombra sulle lande un tempo dominate dalla stirpe di Nelibria. Così la compagnia apprese ciò che da tempo sospettava: il nido segreto del dio corvo era davvero nascosto nelle terre di Erengoth, celato tra le scoscese rupi dello Xamen inferiore.
Il simulacro della foresta si volse dunque al ramingo di Leaglys, offrendogli la possibilità di permanere entro i suoi confini ed assumere il ruolo di arcidruido, per rifondare il conclave e occupare gli scranni sacri da tempo privi dei suoi venerabili sacerdoti. Mòrnas tuttavia sentì di non poter accettare l’offerta, almeno fino a quando il potere del dio corvo fosse stato in grado di confondere e agitare le menti delle creature selvagge del Vecchio Mondo.
Lo spirito di Snatta non avrebbe saputo indicare l’ubicazione del nido segreto, ma le creature della foresta da tempo sussurravano della profonda ira del tiranno di Mampang. L’Arcimago stesso non aveva tollerato il ritorno di Valraven, e Grinwald intuì che il recente tradimento degli uomini-corvo doveva essere legato al ritorno della nera divinità tra i cieli di Erengoth.
Mòrnas, temendo che i micidiali serpenti alati fossero a conoscenza in qualche modo dell’identità di coloro che avevano ucciso i propri simili, chiese consiglio su come affrontare il rettile benedetto dalla dea Sifel, e Snatta acconsentì, poiché nei lunghi eoni aveva appreso tutti i segreti che gli emissari dell’Arcimago cercavano ad ogni costo di tenere nascosti. Tuttavia il simulacro mise in guardia la compagnia, poiché il potere più temibile era stato consegnato al Serpente del Tempo, ed egli dunque affidò al druido un’arma per difendersi, qualora si fosse imbattuto in quel temibile avversario: una lanterna stregata, i cui vetri opachi e colorati la rendevano simile ad un caleidoscopio.
Marchesa, per nulla desiderosa di lasciare il bordone di Dorian nella foresta di Snatta, acconsentì malvolentieri a cederlo per un tempo limitato, fino al momento in cui, distrutto il nido di Valraven, la compagnia avesse fatto ritorno al regno di Cheemon.
Così gli avventurieri si congedarono e seguirono uno dei custodi, che eseguendo la volontà della foresta li condusse in un luogo riparato e asciutto, dove, per la prima volta dopo molto tempo, i viaggiatori riuscirono a riposare serenamente, perdendosi nell’abbraccio di un sonno senza sogni.

