La Grande Ascesa

Durante l’epoca fulgida della Dinastia Aurea, i sovrani della stirpe di Nelibria ordinarono la creazione di un’opera monumentale, che sfidasse le rupi scoscese delle steppe delle Baddu-Bak. Centinaia di schiavi vennero sacrificati durante la costruzione dell’imponente minareto, e si racconta che segni tracciati dal sangue versato siano ancora visibili, sui blocchi squadrati di roccia nera del maestoso torrione. Così la Grande Ascesa avrebbe vegliato silente per secoli il transito incessante dei coraggiosi viaggiatori, che sempre percorrevano, in quell’evo prospero, le impervie strade tra l’inviolabile fortezza di Mampang e la tumultuosa città dei misteri.

Gli avventurieri marciavano caparbi, portando seco una punta di apprensione, nell’attraversare le terre desolate delle steppe. Mòrnas, assistito dal fedele R’lyeh, aveva sperato di individuare un luogo adatto e riparato per poter allestire un accampamento ben prima del tramonto; eppure, le lande intorno ai viaggiatori erano così spoglie e misere da non offrire alcuno schermo, punteggiate com’erano da cespugli spinosi d’aspetto malsano. Così, mentre le ombre si allungavano al punto da iniziare a fondersi con la penombra sempre più opprimente, la compagnia giunse ad un bivio, privo di alcuna indicazione.

La strada percorsa dai carri degli Svinn deviava decisamente verso settentrione, per poi curvare dolcemente ad oriente, procedendo quasi nella direzione opposta che i pellegrini intendevano seguire; nondimeno, la via meno frequentata sembrava condurli invece proprio verso la Foresta di Snatta, la meta che intendevano raggiungere. Dopo pochi attimi di indecisione, i coraggiosi decisero di seguire la via più breve, sebbene temessero che i nomadi delle Baddu-Bak avessero indubbiamente un motivo più che valido per allontanarsi da quel percorso dissestato.

Una pioggia debole ma insistente, portata dalle nubi scure che si erano addensate a occidente, cominciò a martellare debolmente i cappucci dei viaggiatori. Non ci volle molto perché i mantelli si infradiciassero e gli stivali affondassero nel fango ad ogni passo. Presto la tenebra cominciò a farsi così fitta da rendere difficile distinguere ciò che si affacciava all’orizzonte, costringendo Philip ad accendere la lanterna, cominciando a consumare il poco olio che la compagnia aveva a disposizione. Eppure, prima che il buio inghiottisse del tutto le terre spezzate intorno a lui, Bell scorse in lontananza le rovine di un’imponente costruzione, forse un tempio innalzato per adorare una delle crudeli divinità di Eregonth.

Egli tuttavia non poteva essere più in errore di così: poiché la compagnia era giunta infatti innanzi a ciò che restava della Grande Ascesa, e lo stemma araldico della stirpe di Nelibria resisteva ancora alle intemperie, scolpito sulla gigantesca volta. Trovando riparo dagli elementi sul fianco dell’antica costruzione, evidentemente abbandonata da eoni, gli avventurieri eressero un piccolo accampamento, trovando riparo, se non dal vento, almeno dalla fastidiosa pioggia. Stretti contro il fuoco, i viandanti si divisero i turni di guardia, e si prepararono a trascorrere una notte fredda e miserabile.

Il giorno successivo, con la luce del sole, essi compresero finalmente dove si trovavano. La Grande Ascesa sorgeva addossata ad una scoscesa parete quasi verticale, ed essi ne avevano raggiunto l’estremità in alto, a quasi trenta metri dal suolo. Eppure, distanti ma così vicini, erano visibili i confini della Foresta di Snatta, una barriera verde che sembrava opporsi con astio all’arido e pietroso deserto delle steppe.

Grinwald si accorse che, all’estremità opposta dell’accampamento, proprio oltre l’ampio pavimento martoriato dagli elementi, si apriva un vano, occupato da ampi gradoni di pietra. Non ci volle molto perché il paladino intuisse che la scalinata, attraverso numerose giravolte, lo avrebbe condotto fino alla base del minareto, dando al combattente sacro e ai suoi compagni l’opportunità per superare la ripida parete verticale sotto di loro. Godric gli si affiancò subito, e i due combattenti aprirono la fila, seguiti tosto dai propri compagni d’arme.

La tenebra delle viscere della Grande Ascesa li inghiottì senza riguardo. A tratti, la parete più esposta agli elementi presentava crepe profonde, dalle quali la luce del giorno filtrava come la lama di un coltello, accecando senza mai illuminare davvero. Bell mise mano alla torcia, al fine di risparmiare almeno un po’ del prezioso olio custodito dalla lanterna di Philip, e ben presto il fumo acre del catrame ardente si diffuse alle spalle del condottiero di Lairenne.

Dopo essere scesi per svariati metri, la compagnia si avvide di un’area insolitamente più luminosa. Un’intera sezione della Grande Ascesa era crollata verso l’interno, e dall’ampia ferita della torre era possibile scorgere il terreno martoriato delle steppe. La compagnia tuttavia si fermò all’istante ben prima di arrivare vicino alla crepa: dall’esterno infatti, era giunto il canto lamentoso di una voce femminile, trascinato dalla pioggia e dal vento delle steppe. Mòrnas lasciò che R’lyeh raggiungesse l’esterno, e scoprì che quella lugubre canzone echeggiava dall’interno di una stretta grotta, poco più di una spaccatura verticale che si affiancava sulla parete scoscesa alla destra dell’imponente rudere. Il druido si rese conto che era possibile raggiungere l’imboccatura ove si nascondeva il cantore misterioso, ma sarebbe stato necessario procedere lungo un cornicione roccioso, ampio ma reso viscido dalla pioggia battente.

Dopo una breve consultazione, la compagnia decise prudentemente di non investigare oltre, e di procedere lungo la scalinata, al fine di raggiungere la base della Grande Ascesa.

Eppure, tra le fondamenta della torre, immerse nella più oscura tenebra, una creatura gargantuesca aveva posto la propria tana. Secoli addietro, una gigantesca salamandra dalle fauci infuocate, aveva infatti scavato una buia galleria, e quel giorno, irritata dalla luce che la compagnia portava con sé, l’aggredì con la stessa furia di un gigante.

I combattenti, sebbene colti di sorpresa, si batterono con indiscutibile valore, ma Maela, sopraffatta dall’angoscia e dal terrore, cercò scampo fino a percorrere l’imponente galleria e raggiungere il ciclopico doppio battente, che conduceva sulla piana antistante la Grande Ascesa. Rimuovendo freneticamente le catene che ancora bloccavano il meccanismo, l’alchimista di Kharé riuscì a conquistare la libertà, mentre alle sue spalle infuriava ancora la battaglia.

Grinwald, Bell e Godric cercarono di arginare la furia della creatura, ma la sua sola mole rendeva impossibile trattenerla. Philip fu costretto a interrompere la sua melodia per schivare la carica di quella micidiale malabestia, ma quando le fauci stavano per chiudersi sul bardo e sul suo strumento, il paladino si gettò in avanti e frappose il suo scudo, che quasi prese fuoco a causa della saliva incandescente della salamandra, simile a magma vomitato da un vulcano impazzito. Fu allora che Mòrnas ricorse al potere dell’antica fede ed evocò uno stridente elementale della terra, che ingaggiò la fiera colpendola con i propri magli, simili a blocchi di granito grezzo.

La malabestia, aggredita e ferita da ogni lato, cercò infine scampo nella fuga, ma Bell riuscì a issarsi sulla schiena del rettile, e piantando entrambe le lame alla base del collo della mostruosità, la costrinse a schiantarsi contro la parete rocciosa interna della Grande Ascesa, ponendo fine a quell’orrore artigliato per sempre.

Finalmente, l’intera compagnia raggiunse Maela all’esterno, e qui si fermò, per medicare le ferite ricevute e riprendere fiato. Il druido fu il primo ad alzare lo sguardo: la meta agognata era ormai a meno di un giorno di cammino, e ben presto il ramingo dei boschi avrebbe trovato le risposte che cercava… o una morte atroce, tra le silenziose ombre della Foresta di Snatta.