Nei venerabili archivi, sigillati con l’emblema della Dinastia Aurea, sono ancora custodite antiche e polverose cronache, testimonianze inestimabili del giorno nefasto in cui la resistenza del Cancello di Libra venne meno, vinta dalla possanza inarrestabile degli eserciti immortali di Nosgoth. Eppure, nonostante la smisurata e instancabile orda fosse sostenuta dall’implacabile volontà del più temuto tra i Conti Vampiro, essa mai giunse alle porte della fortezza di Mampang: ché coloro che detenevano i segreti della vita stessa non potevano essere sconfitti, se non dall’inesorabile scorrere del tempo.
Stanchi e feriti, gli avventurieri penetrarono caparbiamente tra le cupe ombre della Foresta di Snatta, attraversando un sottobosco ostile e inospitale che sembrava avvinghiarsi di proposito a fibbie e stivali, come intenzionato ad ostacolare ogni loro passo.
Il cielo scomparve quasi del tutto sul capo dei viaggiatori, ma Grinwald, abituato ai lunghi viaggi nelle terre selvagge, si mise alla guida dei suoi compagni ostentando sicurezza, e aprendosi la strada con le braccia possenti laddove la vegetazione minacciava di sbarrare il loro cammino.
Quando le ombre si fecero troppo fitte, Mòrnas individuò un luogo adatto ove porre un accampamento, nei pressi di un piccolo ruscello con il quale riempire otri e borracce. Bell si occupò di razionare le provviste, che si erano fatte ormai piuttosto scarse, mentre Maela si adoperò per preparare un pasto frugale ma caldo.
Durante la cena, Philip imbracciò l’inseparabile liuto, accompagnando con una melodia allegra un racconto leggero, nella speranza che rinfrancasse lo spirito dei suoi compagni di viaggio. Tuttavia, prima che il bardo riuscisse a concludere l’esecuzione, Mòrnas richiamò l’attenzione dei suoi alleati: un curioso bagliore, che sembrava riflettere a tratti la luce emanata dal falò, aveva infatti messo in allarme il druido, che già sospettava le insidie di quel luogo minaccioso.
Tutti i membri della compagnia si alzarono all’unisono, le mani già sull’impugnatura delle armi: ché i continui pericoli e i cruenti scontri dei giorni precedenti avevano reso i coraggiosi viaggiatori tesi, come molle troppo a lungo compresse.
Con molte precauzioni, Mòrnas, Bell e Grinwald si avvicinarono alla base del grande fusto nodoso, per scoprire cosa produceva quel riflesso: fu così che essi scoprirono che si trattava di un effige dall’aspetto vetroso, incassata su uno scudo metallico di foggia triangolare, a sua volta stretto tra le radici bitorzolute di un albero contorto. Uno scheletro di una creatura umanoide giaceva poco distante, circondato e in parte schiacciato dai barbigli, come se la pianta vi fosse cresciuta attorno.
Il paladino trasalì nel riconoscere il simbolo sullo scudo: si trattava infatti dell’emblema di Vorlock, il Conte Vampiro che aveva regnato sull’immortale regno di Nosgoth più di mille e trecento anni addietro. Nell’investigare i resti, Maela si rese conto che non si trattava di semplici ossa: sebbene ne avessero la forma, lo scheletro sembrava scolpito da un materiale simile al granito, reso opaco dalle intemperie e dal fango. Anche il fedele di Libra, dopo averne esaminato la struttura, si trovò concorde con l’alchimista di Kharé; la bizzarra conformazione delle clavicole inoltre, suggeriva che la creatura, o la statua che raffigurava, fosse stata originariamente munita di ali.
Godric, osservando da oltre le spalle del ramingo dei boschi, si incupì nell’udire quanto la compagnia rievocava, forse riconoscendo il tetro nome del reame di Nosgoth; ma quando Grinwald rivelò che il lungo letargo di Vorlock era stato definitivamente spezzato dalla sua spada e da quella dei suoi congiunti, il suo respiro si fece più sereno, ed i suoi occhi si riempirono di ammirazione: ché invero la sentinella di Libra doveva sembrargli, in quel momento, il paradigma di un autentico campione della dea della giustizia.
Dopo un breve scambio di battute, fu deciso di lasciare lo scudo e lo scheletro al loro eterno riposo. Bell, inizialmente tentato dall’impossessarsi dell’antico manufatto, tagliando le radici che lo imprigionavano, fu dissuaso da Mòrnas: il druido avvertiva infatti con acuta percezione che la Foresta di Snatta non tollerava alcuna intrusione, e non avrebbe perdonato un’azione così violenta.
Gli avventurieri tornarono quindi a sedersi intorno al fuoco, ignari che il ramingo dei boschi aveva colto soltanto una mezza verità sugli intenti della tenebrosa selva che li circondava. Consumato il frugale pasto, i valorosi si divisero i turni di guardia, e coloro che non dovevano vegliare si lasciarono cadere sui morbidi sacchi a pelo; il loro riposo fu tuttavia spiacevole, assediato da sinistri scricchiolii e gemiti ovattati. La foresta stessa sembrava contrariata, e Mòrnas si rigirò più volte durante il riposo, poiché sebbene quei sussurri primordiali gli fossero incomprensibili, era certo che esprimessero sentimenti malevoli e un malcelato desiderio di vendetta.
Nondimeno, la notte trascorse senza incidenti, e così, raccolti i propri fagotti e gli usurati equipaggiamenti, i valorosi si spinsero ancora più in profondità della macchia, tenendo sempre la stessa direzione di marcia. Grinwald sperava di condurre la compagnia direttamente sulle sponde del lago di Iklala, sebbene Maela avesse giuste riserve nel non volersi avvicinare ad una massa d’acqua così grande: il serpente benedetto dalla dea Sicalla non si era ancora rivelato, ed ella ormai aveva intuito che gli emissari dell’Arcimago non avrebbero perdonato l’affronto che era stato inflitto ai loro simili.
Nondimeno gli avventurieri avanzarono, accompagnati da un crescente senso di oppressione, che stringeva i loro cuori ad ogni passo; e la Foresta di Snatta, forse offesa dalla caparbia volontà dei viaggiatori che avevano osato ignorare ogni avvertimento, si avventò su di loro con furia improvvisa e violenta.
I tronchi degli alberi cominciarono a scuotersi e vibrare, e dall’alto i nodosi rami si animarono per annientare definitivamente gli intrusi. Simili a gargantueschi artigli ossuti, i lunghi rami dei Mangiauomini afferrarono Maela e Marchesa, mentre i loro compagni d’arme si preparavano alla battaglia. Mòrnas impugnò subito la scure stregata che quasi balzò dalle sue mani: la lama incantata era stata infatti forgiata con l’unico scopo di abbattere i silenziosi guardiani della Foresta di Snatta, e la brama di battaglia del manufatto ebbe quasi il sopravvento sul ramingo dei boschi.
Le altre armi di cui disponeva la compagnia tuttavia si rivelarono molto meno efficaci, tanto che Grinwald, nel tentativo di liberare Marchesa dalla morsa di uno degli alberi animati, fu costretto ad evocare il potere di Libra, che rispose alla sua preghiera abbattendo dalle nubi nascoste una crepitante colonna di fuoco. Maela, ormai quasi intrappolata tra i barbigli, scagliò invece una delle sue pozioni incendiarie, poiché aveva intuito che soltanto le fiamme e la temibile ascia brandita dal druido avevano una qualche efficacia contro le mostruosità vegetali che li circondavano da ogni parte.
Il custode di Leaglys intanto mulinava la scure in ogni direzione, fendendo e tagliando rami con raccapricciante facilità, ed invocando con foga l’aiuto dell’antico conclave di cui aveva ricevuto recente testimonianza, la medesima che lo aveva posto su quel periglioso cammino; ma i Mangiauomini ignorarono le sue accorate preghiere, e raddoppiarono la ferocia dei loro attacchi, ferendo e afferrando i viaggiatori senza alcuna pietà; ma quando tutto sembrava perduto, una misteriosa apparizione rispose finalmente al richiamo del sacerdote dell’Antica Fede.
Come investite da un improvviso scroscio d’acqua gelida, le fiamme scatenate dai prodigi e dalle sostanze alchemiche della compagnia vennero spente, obbedendo ad un sortilegio invocato da una voce roca e gutturale; ma nello stesso momento, i Mangiauomini fremettero, e obbedirono ad un silenzioso ordine, sospendendo irritati i loro implacabili assalti.
Una figura umanoide era apparsa accanto ad uno degli alberi più maestosi: il volto era coperto da una maschera d’osso, forse ricavata dal teschio di un gigantesco rapace, a cui erano state aggiunte ampie corna simili a quelle di un cervo. Il mantello e la veste che ricoprivano il solitario viandante erano laceri, ma Mòrnas scorse subito la presenza di rozzi monili, realizzati con rametti e foglie intrecciate, che gli riportarono alla mente quella fratellanza che, in epoche remote, univa tutti i conclavi druidici del Vecchio Mondo.
Il sacerdote si prodigò quindi subito in spiegazioni, mettendo da parte la scure che ancora fremeva tra le sue mani; ma disgraziatamente quasi ogni parola fu vana: il guardiano della Foresta di Snatta infatti non sembrava intendere il comune, e la lingua con cui si espresse era ignota, a quel tempo, a tutti i membri della compagnia. La solitaria apparizione levò la mano, come per indicare che la via era loro preclusa.
Mòrnas non si diede pervinto, e cercò di aggiungere dettagli, ma sebbene fosse evidente che il suo interlocutore non intendeva le sue sconfortate argomentazioni, si accorse che l’atteggiamento del custode era cambiato all’udire il nome di Valraven. Il ramingo dei boschi mostrò quindi il suo simbolo sacro, alla cui vista il guardiano della Foresta di Snatta sembrò esitare; e così, dopo qualche istante, l’eremita alzò di nuovo il capo e fece cenno di seguirlo, muovendosi indisturbato oltre i tronchi dei Mangiauomini, che ancora si torcevano e scricchiolavano minacciosamente intorno ai viaggiatori.
Il misterioso abitante della selva condusse la compagnia fino ad arrivare ad una minuta radura circolare, dalla quale era finalmente possibile rivedere una piccola porzione di cielo. Dalla posizione del sole, Bell intuì che doveva essere passato quasi mezzogiorno, ben più di quanto si fosse aspettato; sotto le fitte fronde della Foresta di Snatta infatti, nessuno dei viaggiatori era riuscito a tenere traccia del tempo impiegato durante la faticosa marcia.
Nel bel mezzo della radura, dieci rozzi obelischi di pietra, alti quasi tre metri, si trovavano disposti come a formare un cerchio, al cui centro era presente una sorgiva d’acqua limpida. Dieci camminamenti di pietra si dipartivano dalla fonte, andando ad arrestarsi davanti ad altrettante piccole fosse squadrate, colme anch’esse d’acqua fresca.
Il luogo tuttavia, non era privo di occupanti: dieci Gatti di Snatta, ognuno accovacciato o disteso davanti ad una delle piccole fosse piene d’acqua, voltarono lentamente il capo verso il gruppo dei viaggiatori, mentre i tentacoli che protrudevano dalle muscolose spalle si sollevavano pigramente al di sopra delle fiere. La guida si fermò, e dopo aver portato un corto flauto di canne sotto la maschera, suonò una nota bassa e grave. I Gatti di Snatta si mossero senza fretta all’udire quel suono, allontanandosi uno ad uno verso gli alberi che circondavano la radura.
Marchesa notò subito che le piastre su cui erano accomodati i felini, si erano sollevate di qualche centimetro, e che altrettanto avevano fatto i camminamenti che collegavano le piccole fosse alla sorgiva. Il flusso d’acqua, che inizialmente scorreva nelle strette canalette dei percorsi di pietra, venne quindi interrotto, e le buche si svuotarono rapidamente, rivelando sul fondo un’incisione, diversa per ognuna di esse.
La compagnia comprese subito di trovarsi davanti ad una specie di bizzarra ordalia: avrebbe dovuto dimostrare, in qualche modo, il suo diritto ad attraversare indenne la Foresta di Snatta, o avrebbe dovuto ammettere la sconfitta, e tornare scornata nelle steppe delle Baddu-Bak. Bell accarezzò per un momento l’idea di farsi largo con la forza: forse, se fosse riuscito a immobilizzare quel misterioso custode, avrebbe potuto obbligarlo in qualche modo a rivelare la via per uscire dai confini senza che i Mangiauomini aggredissero la compagnia.
Il guerriero di Lairenne ponderò la situazione: le fiere che si erano ritirate avrebbero potuto ancora trovarsi nei pressi, e c’era la concreta possibilità che balzassero dal fitto sottobosco, per difendere il solitario eremita.
Marchesa, ignara dei bellicosi pensieri del cugino, spronò invece i suoi alleati ad una profonda riflessione, ricordando loro i numerosi enigmi che erano stati già in grado di risolvere durante quel periglioso viaggio. Eppure, il significato di quelle arcaiche incisioni sembrava opporsi con tenacia all’essere rivelato, e la baronessa fu costretta a domandarsi se l’arguzia dei suoi compagni d’arme fosse sufficiente a garantire loro il passaggio, lo stesso che si era rivelato inaccessibile persino agli immortali sovrani di Nosgoth.

