Nell’autunno del 1324, la Morte Rossa si propagò entro le mura di Limgard, infettando decine di monaci e costringendoli ad abbandonare le proprie mansioni, per combattere la febbre virulenta e il debilitante torpore, rinchiusi e isolati nelle proprie celle dai confratelli sfuggiti al fatale destino. Coloro che sopravvissero, avrebbero portato per sempre i segni della mortale pestilenza; eppure, con il tempo, i superstiti riuscirono a riprendere le loro attività quotidiane. Vi fu tuttavia una sola eccezione: Avilia, la disgraziata ed infelice primogenita di frate Aldren.
Dopo aver passato più volte le mani sui vestiti da viaggio, ormai sgualciti e logori, Marchesa indossò il giustacuore e si gettò il mantello sulle spalle, prima di uscire dal ricovero messo a disposizione dai frati del monastero. Mòrnas si trovava già all’esterno, in compagnia di Philip, e la nobile nata si affiancò ai suoi compagni di viaggio.
Mentre il resto della compagnia si preparava ad affrontare la giornata, i tre audaci presero a discutere degli ultimi eventi. Marchesa e Philip erano ancora incerti se sottoporsi o meno al rituale purificatore dei sacerdoti di Libra, i quali sembravano persuasi che il favore della dea della giustizia fosse in grado di disperdere definitivamente il maleficio inflitto da Valraven.
La pratica sacra però, sembrava suggerire il ricorso a flagellazione, tortura e forse persino martirio. Marchesa rifletté che forse, nella visione dei monaci, c’era più di un modo per annientare l’anatema del dio-corvo, e forse non tutti gli esiti avrebbero garantito la sopravvivenza dei malcapitati che vi si sottoponevano .
Mentre così si arrovellavano, un frate di mezza età, dai capelli corti e ordinati ai lati di una chierica dovuta ad un incipiente calvizia, si presentò loro con il nome di Aldren. Il monaco era stato inviato in qualità di cerusico, per assistere coloro che dovessero ancora averne bisogno. La notizia del cruento confronto dei viaggiatori con uno dei Sette Serpenti si era infatti già diffusa tra le mura di Limgard.
Mòrnas, ancora non del tutto ristabilito, lo invitò a rientrare nella cella che gli era stata destinata, e gli mostrò la ferita alla gamba, che dal giorno prima tirava ancora ogni volta che muoveva un singolo passo. Con sua somma sorpresa, il frate applicò dapprima un misterioso balsamo viscoso, che si mutò presto in un velo appiccicoso dalla consistenza simile al tessuto. Il monaco allora estrasse un lungo e sottile ago nero, con il quale cucì la sostanza alla gamba del druido, che si meravigliò nel non avvertire nemmeno il minimo dolore della puntura. Mentre Aldren completava con mano esperta la medicazione, spiegò che tale essenza proveniva da una pianta che cresceva solo all’interno del monastero, e che i devoti di Libra chiamavano Thalia, un dono della dea della giustizia dalle straordinarie proprietà.
Interessati all’insolito intruglio, gli avventurieri si riproposero di visitare la casa dell’erborista, i cui banchi da lavoro erano collocati nel secondo piano di una larga struttura nel distretto settentrionale, che un tempo doveva essere stata usata per alloggiare la guarnigione della fortezza.
Prima però, i tre avventurieri decisero di esplorare uno tra gli edifici più imponenti, la grande chiesa che ospitava le funzioni sacre dedicate alla dea della giustizia.
Sulle pareti del corpo principale, deserto a quell’ora, i tre audaci scoprirono antiche placche di bronzo, i cui segni e marchi erano stati cancellati da colpi violenti e forse intenzionali; del resto la stessa architettura suggeriva che quel santuario non era stato eretto in origine per ospitare il culto di Libra. Cosa rappresentassero i simboli sfigurati tuttavia, era impossibile decifrarlo dal poco che era rimasto.
Prima di allontanarsi tuttavia, Mòrnas, aggirandosi intorno al pesante altare di pietra antica e legno consumato, mise per caso le dita su un incavo incospicuo, accorgendosi che non si allineava perfettamente alla geometria dei piccoli pannelli sottostanti. Il ramingo continuò quindi ad applicare una pressione sempre più decisa, finché, dopo aver eseguito una lieve torsione, non udì uno scatto secco: la sua perseveranza era stata infatti premiata, ed un vano segreto, ricavato sul retro dell’ara, disserrò il suo antico chiavistello.
La polvere accumulata all’interno suggeriva però che l’incavo non era stato aperto da molto tempo, e così Mòrnas decise di affidarsi all’antica fede per indagarne il contenuto. Grande fu la sua sorpresa quando la sua vista, amplificata dal potere dell’incantesimo, gli rivelò che le dieci candele rinvenute erano avvolte da un debole bagliore arcano.
Dopo aver riposto l’inatteso bottino nelle proprie scarselle, gli avventurieri rivolsero la loro attenzione verso una porticina che i fedeli della dea avevano chiuso a chiave. Con l’aiuto dei suoi compagni, che si assicurarono nessuno dei monaci potesse scorgere ciò che stava combinando, Marchesa si inginocchiò vicino alla serratura, riuscendo dopo poco tempo a vincerne la resistenza. Dall’altra parte della porta rinforzata, si apriva un’intera ala della chiesa, indubbiamente isolata da molto tempo: ragnatele e polvere si erano depositate sulla mobilia accatastata, e tutte le strette finestre che volgevano all’esterno erano state inchiodate. Aprendo alcune delle vetuste cassapanche e degli armadi deformati dall’umidità, Mòrnas e Philip vi trovarono soltanto oggetti d’uso comune, apparentemente dimenticati insieme a tutto ciò che contenevano quelle antiche sale.
D’un tratto Marchesa notò una stretta scala di ferro, ancora inchiodata alla parete ed in parte nascosta dalla mobilia accatastata, che permetteva l’accesso al piano superiore. Senza indugio, la nobile nata raggiunse la botola e la scoperchiò, trovandosi al piano più alto che fiancheggiava la struttura principale della chiesa. Le poche stanze che si affacciavano sul lugubre corridoio abbandonato raccontavano una storia simile a quella già vista al piano inferiore: armadi, tavoli e sedie erano stati accatastati alle pareti dei vari ambienti, ed alcuni teli biancastri ricoprivano poltrone e cassettiere intagliate. Soltanto uno degli ambienti era completamente privo di arredamento, una sala rimasta esposta agli elementi: buona parte del soffitto dell’ampia camera era infatti crollato verso l’interno, come sfondato dal maglio di un gigante, e a quanto sembrava, non era mai stato riparato.
All’improvviso, la campana del torrione della cappella iniziò a battere rintocchi brevi, scandendo il cambio nelle attività giornaliere dei monaci. Intuendo che avrebbero corso il rischio di essere scoperti, gli avventurieri decisero di allontanarsi rapidamente dall’area proibita, uscendo appena in tempo prima che due dozzine di confratelli entrassero nella struttura principale.
Poiché il sole era ancora alto, il trio decise di recarsi in visita ad Aldren, individuando senza difficoltà il grande edificio che i monaci avevano trasformato in una specie di granaio. L’ampio piano terreno era occupato da sacchi di sementi e legumi, misti a fasci di erbe appena raccolte nei primi mesi di primavera.
Aldren si trovava proprio nei pressi dell’ampia scalinata che conduceva al piano superiore, in compagnia di un giovane monaco che lamentava l’aggravarsi di una ferita recente. Dopo averlo rassicurato, il frate accolse gli avventurieri, e su loro richiesta li condusse al piano superiore, introducendoli al modesto ambiente ove si trovava il suo tavolo da lavoro, circondato dai comuni strumenti che Aldren impiegava per produrre il balsamo delle piante di Thalia.
Tuttavia prima ancora di entrare nella minuta saletta, Philip e Marchesa scorsero un’altra figura all’estremità di uno dei corridoi, ingobbita e avvolta nel saio dei monaci. Al bardo non sfuggì che nonostante la postura, il viso era quello di una giovane donna, la cui mano, portata alla bocca, era punteggiata di cremisi.
Marchesa, incuriosita, decise allora di interrogare Aldren in modo discreto, ma il monaco scelse di mentire o di omettere parte della verità, rivelando che nessun altro dei suoi confratelli lavorava stabilmente al granaio o si trovava al piano superiore.
Anziché confrontarlo e smentire apertamente ciò che le era stato detto, la baronessa fece quindi un breve cenno a Mòrnas, in modo che intrattenesse il cerusico, ed immediatamente, insieme a Philip, si recò a curiosare nella stanza dove si era rifugiata la giovane vista in precedenza.
Tuttavia quel piano, se così si può chiamare, fu eseguito talmente d’impulso, che entrambi i viaggiatori rimasero impietriti sulla porta, quando, dopo averla aperta senza cautele, videro ciò che li attendeva al di là della soglia. La giovane che avevano intravisto era distesa su una branda, a stento resa più comoda dal pagliericcio sottostante le coperte, ed era rannicchiata su sé stessa, con il viso volto contro la parete. Ai piedi del letto, bende e garze erano collocate all’interno di un basso catino, la cui acqua aveva assunto un colorito rossastro.
Quando la giovane, senza voltarsi, chiese del padre, Philip fu colto dal panico, e di getto modulò la sua voce in modo da farla somigliante a quella di Aldren. L’inganno ebbe successo, e per qualche battuta, il bardo riuscì a conferire con la giovane, spacciandosi per il genitore. Purtroppo, ad un certo punto Marchesa rese nota la sua presenza, ma per quanto concilianti fossero le parole scelte dalla nobile nata, la giovane sussultò e si voltò subito; e nello scoprire che il genitore non era effettivamente presente emise immediatamente grida disperate.
Aldren, che era sul punto di mostrare a Mòrnas uno dei passaggi nella creazione del balsamo, lasciò andare subito ogni cosa, precipitandosi verso l’estremità del corridoio. Philip e Marchesa, forse vinti dal senso di colpa di aver involontariamente raggirato e terrorizzato una giovane dall’aspetto estremamente malato, si fecero subito da parte, senza protestare quando Aldren li cacciò in malo modo, chiudendo a chiave la porta e tentando di rassicurare quella che doveva essere, in effetti, la propria figlia.
Nell’uscire dal granaio, Marchesa e Philip non poterono far altro che commentare tra loro le tragiche condizioni dell’inferma, il cui corpo era certamente soggetto ai devastanti effetti di un morbo implacabile.
Fu allora che lo sguardo di Mòrnas si incupì; il ramingo aveva infatti riconosciuto i segni inequivocabili del tocco della Morte Rossa. Eppure, i sintomi descritti dai suoi compagni sembravano suggerire un angosciante segreto: nessun corpo poteva sostenere le proprie funzioni vitali e contemporaneamente esibire i segni avanzati di una tale corruzione.
L’arte medica suggeriva che la giovane dovesse essere già trapassata; eppure, contro ogni principio conosciuto dagli uomini, ella respirava ancora.

