Vi fu un tempo in cui gli storici misero in discussione l’esistenza stessa dell’Arcimago, ritenuto ormai trapassato da decadi, ché nessuno degli affari mondani del regno veniva più riferito al suo monarca, recluso al di là delle leggendarie porte di Throben. E davvero, in quell’epoca buia, l’influenza del Maestro del Conio di Mampang era eguale a quella degli antichi re di Erengoth.
La sera era calata oltre le mura di Mampang, ma gli avventurieri ancora si attardavano nel decidere il da farsi. Cercare di penetrare nelle sale dell’Ordo Obumbratio sembrava estremamente pericoloso, e la cautela imponeva quantomeno di esplorare prima il resto della fortezza. Tuttavia l’aspetto di Bell e Marchesa non sarebbe passato inosservato, e così Philip cominciò a frugare nella bisaccia, nella speranza di trovare qualcosa che potesse fungere da mascheramento.
Mliphel intanto si preparava ad accomiatarsi, ma prima che potesse allontanarsi, un mezzo gigante emerse dalle ombre. L’uomo era abbigliato come un viaggiatore, e indossava una grezza armatura di cuoio su abiti sudici e polverosi, ma erano i muscoli guizzanti ed il tatuaggio cremisi sulla fronte ad attirare maggiormente l’attenzione.
Il massiccio barbaro delle steppe si presentò con il nome di Jaeger, e fu subito chiaro che aveva condiviso parte del suo viaggio con la giovane Svinn, anche se la coppia era stata separata, tra le strade di Dralseric. I Flanker infatti, erano quasi riusciti a catturare Mliphel, che era stata costretta a fuggire precipitosamente.
Dopo aver ascoltato le vicissitudini della sua compagna di viaggio, Jaeger prese dalla sua scarsella un piccolo monile, ricavato dalla corta zanna di una fiera minore, e la consegnò a Mliphel, il cui volto si illuminò di gratitudine.
Fu allora che il barbaro si volse verso gli altri viaggiatori, spiegando che aveva involontariamente ascoltato la loro conversazione con la megera, e rivelò che per faccende che riguardavano lui soltanto, aveva grande necessità di raggiungere l’Arcimago di Mampang, e superare in qualche modo le porte di Throben.
Ancora incerti sul da farsi, gli avventurieri infine decisero di seguire Mliphel presso la locanda della prima cerchia di mura, il Cinghiale Nero, dove la Svinn riuscì a mettersi in contatto con uno dei suoi associati, Skrill. L’uomo, alto e smagrito, tolse il chiavistello dall’ingresso sul retro, e si assicurò che la compagnia potesse raggiungere con discrezione una sudicia sala comune, deserta di altri occupanti.
Le numerose disavventure occorse durante il lungo viaggio nelle terre selvagge, avevano reso i valorosi bisognosi di una vera notte di riposo, così Grinwald si limitò a girare la chiave prima di distendersi, e la sorte sembrò finalmente toccare con benevolenza la compagnia, lasciando che la notte trascorresse senza alcun tragico evento.
Il giorno successivo, quando tutti i viaggiatori si destarono, mentre Philip si ingegnava a preparare due maschere simili a quella di Maela per Bell e Marchesa, Mòrnas tornò ad osservare un potenziale ingresso secondario al Cortile dei Pellegrini: un’incospicua porta di ferro che si apriva proprio alla base delle mura di Randhir.
La compagnia decise di investigare, lasciando che Marchesa si spingesse in avanti, ma lungo il sentiero costeggiato da una macchia spontanea di arbusti e grossi cespugli, Mòrnas individuò un’area in cui erano state accatastati frammenti di statue, in qualche modo familiari ma che non riuscì a riconoscere completamente.
Eppure tra quelle sculture vandalizzate, era collocata una reliquia mostruosa: lo scheletro calcificato di una creatura gargantuesca, la cui spina dorsale si divideva in sette lunghe terminazioni ossee. Doveva indubbiamente trattarsi di ciò che restava della gigantesca idra, abbattuta dall’Arcimago secoli addietro, dalle cui teste erano stati generati i Sette Serpenti.
Marchesa nel frattempo era giunta fino alla porta di ferro, arrugginita in più punti dalle intemperie. Tuttavia, i segni presso il chiavistello indicavano che l’ingresso era stato usato di recente, e la baronessa si era convinta si potesse trattare delle segrete della fortezza. Nondimeno, si decise a forzare la serratura, usando sapientemente i suoi attrezzi da scasso.
Dopo aver vinto la resistenza del chiavistello, la nobile nata si inoltrò insieme ai suoi compagni nella galleria successiva. Jaeger si pose subito a capo della fila, intenzionato a soccorrere i malcapitati i cui lamenti echeggiavano nel corridoio, illuminato a tratti da torce collocate nei sostegni ai lati del passaggio. Grinwald lo seguiva da presso, con poca convinzione: avrebbe assistito più volentieri i prigionieri se fosse stato certo della loro innocenza, ma Libra imponeva il castigo per coloro che violavano la legge, ed il paladino sospettava che dietro le sbarre ci fossero furfanti per nulla degni del suo aiuto.
La galleria si apriva in una vasta sala lastricata, al cui centro era stato realizzato un pozzo circolare ampio circa quindici metri. A destra e a sinistra erano visibili scalinate che verosimilmente raggiungevano il punto più basso, dove erano stati collocati rozzi strumenti di tortura.
L’attenzione degli avventurieri tuttavia era concentrata su due sentinelle, che si trovavano molto vicine al limitare del pozzo. Quando uno dei sorveglianti si voltò, attratto dal rumore, Grinwald lo caricò con lo scudo, con l’intenzione di tacitarlo prima che potesse lanciare l’allarme, ma il carnefice reagì prontamente, sostenendo l’urto e dando inizio ad un impari scontro.
Il vantaggio della compagnia sarebbe tuttavia stato di breve durata: all’insaputa del paladino, il capitano dei carnefici aveva ordinato di ispezionare le segrete proprio quella mattina, ed il luogo era gremito di soldati. Anche se le due sentinelle furono rapidamente tolte di mezzo, il malcapitato scaraventato nel pozzo centrale da Jaeger non aveva ancora toccato il suolo che un grande trambusto si levò da entrambe le scalinate, mentre due dozzine di stivali chiodati risalivano in tutta fretta, portando coloro che li calzavano sempre più vicini agli inattesi intrusi.
Resosi conto del gran numero di avversari che stava per piovere loro addosso, Mòrnas consigliò veementemente una veloce ritirata, e tutti gli avventurieri risalirono di gran carriera all’esterno. Non vi erano tuttavia molti luoghi ove nascondersi: così i viandanti si dispersero nel minuto boschetto che il druido aveva visitato in precedenza, mentre Jaeger decise audacemente di permanere vicino all’ingresso, arrampicandosi come un puma sopra l’arcata dalla quale, di lì a poco, sarebbe emersa una dozzina di furiosi carnefici, bardati di maglia da capo a piedi e armati con picche e alabarde.
Il drappello cominciò immediatamente le ricerche: Mòrnas invocò l’aiuto dell’Antica Fede, per mutare le sue sembianze in quelle di una grande betulla, sotto i cui rami Philip cercò riparo. Grinwald si nascose dietro il basamento di una delle grandi statue cadute, mentre Marchesa scivolò nelle ombre gettate da alcuni cespugli irti di spine.
Jaeger invece si calò alle spalle dell’ultimo gruppo di soldati, per poi ripercorrere il cunicolo a ritroso, ancora desideroso di sottrarre i prigionieri torturati ai loro aguzzini.
Di certo non era stata una buona giornata per Borogoph, il pingue carceriere di Mampang. Non soltanto aveva pigramente ignorato gli ordini di Angst Klimmer, ma un carnefice si era spaccato il cranio tra gli strumenti di tortura di Nephelith. L’unica consolazione era che i soldati della fortezza incaricati di ispezionare le segrete non si erano ancora accorti delle sue mancanze, quando gli intrusi avevano effettuato quella folle incursione.
Borogoph aveva appena sbraitato i suoi ordini secchi ad una coppia di schiavi Svinn, ordinando che il sangue venisse lavato in tutta fretta: poi aveva iniziato ad incamminarsi verso l’ingresso, ansioso di verificare in che modo gli aggressori fossero riusciti ad entrare nel suo dominio, quando la scure di Jaeger lo colpì con violenza alla nuca, mandandolo forzatamente nel regno dei sogni.
Jaeger aveva pazientemente atteso che il carceriere si avvicinasse, e una volta levatolo di mezzo, si impossessò subito delle chiavi. Il resto della compagnia era riuscito miracolosamente ad eludere le iniziali ricerche dei carnefici, ma non avendo luogo dove rifugiarsi, aveva anch’esso ripercorso la galleria delle segrete, e arrivò in tempo per vedere Jaeger caricarsi sulla schiena il vile carceriere.
Non avendo più necessità di rimuovere il corpo inerme di Borogoph, Jaeger lo sistemò in una nicchia laterale, e insieme al resto del gruppo raggiunse la base del pozzo delle segrete. Qui una coppia di terrorizzati Svinn stava prodigandosi per lavare il sangue che era schizzato dal corpo martoriato del carnefice, ed il barbaro quasi li travolse, afferrando il primo rudemente e interrogandolo con foga, per farsi indicare il luogo in cui era stato gettato il prigioniero che era stato più recentemente torturato.
La cella era poco distante, ed una volta aperto l’accesso, il barbaro vide che erano state le spalle di una prigioniera dai capelli castani e corti ad essere state segnate con violenza dal gatto a nove code di Borogoph.
Sebbene non fosse ancora convinto di aiutare i prigionieri, Grinwald si fece avanti e invocò il favore di Libra affinché lenisse le ferite della donna, tosto imitato da Mòrnas, ed il tocco dei due guaritori permise alla prigioniera di tornare pienamente cosciente e rilassare le membra doloranti. Nondimeno, Jaeger la raccolse tra le braccia possenti, ansioso di lasciare quel luogo più rapidamente possibile.
Il resto della compagnia non poteva essere più d’accordo, e così si infilò in un secondo passaggio tortuoso, imboccando senza esitazione una stretta scala di pietra che, avvitandosi su sé stessa, li condusse fino ad una robusta cancellata. Grinwald, a cui Jaeger aveva affidato il grande anello di ferro affinché liberasse gli altri prigionieri, provò rapidamente alcune delle chiavi fino a trovare quella che aprisse l’inferriata, richiudendola alle spalle della compagnia in modo da rallentare i carnefici che inevitabilmente sarebbero tornati sui propri passi per cercarli.
Il corridoio, al di là di una curva stretta, presentava un’arcata dalla quale entrava la luce e l’aria fresca del mattino. Una volta all’esterno, i viaggiatori intuirono di aver superato la prima cerchia di mura, e di trovarsi sul lato meridionale del Cortile del Pellegrino, oltre le mura di Randhir.
La donna liberata confermò di poter camminare, e Jaeger la depose dolcemente al suolo, in modo da attirare meno l’attenzione degli abitanti della rocca. Il cortile non era abbastanza affollato da potersi perdere nella calca, e Mòrnas invitò i suoi compagni a raggiungere il porticato di una struttura con numerose porte, che sembrava adibita ad una sorta di casa della medicina, approfittando del fatto che Marchesa e Bell indossavano ancora maschere simili a quelle dei medici della peste.
Al riparo da sguardi indiscreti, la compagnia si occupò della prigioniera liberata, il cui nome era Javine. Si trattava infatti della cerusica di Birrilanki, di cui Viorica aveva narrato durante la loro visita al villaggio di Lugremyr più vicino alle porte settentrionali di Kharé. Tuttavia nessuno dei viaggiatori ebbe cuore di parlarle del destino toccato a Farrich, che ancora giaceva nelle segrete della Guglia del Rimpianto, né del vero nome e dei segreti trascorsi di colui che sarebbe potuto diventare il suo sposo.
La guaritrice spiegò che Nephelith, la sadica somma torturatrice di Mampang che taluni ritenevano la consorte dell’Arcimago, l’aveva convocata per curare la voce del suo Mucalita, una creatura abominevole ma docile, perlomeno quando si trovava in presenza della sua padrona. Nulla tuttavia poterono le arti della cerusica, e la mezzo-demone, infuriata, l’aveva condannata a trascorrere il resto della sua vita dietro le sbarre, consegnandola agli aguzzini della fortezza.
Rispondendo alle domande di Grinwald, Javine confermò che era venuta a conoscenza dell’esistenza della quarta chiave di Throben, poiché Nephelith, che ne era la custode, l’aveva affidata alla sorveglianza del Mucalita che la cerusica aveva cercato di guarire. L’abominio tuttavia non si trovava nella torre della mezza-demone, ma era confinato nel complesso dei templi, che l’Arcimago aveva restituito agli antichi dei di Mampang secoli addietro.
Gli avventurieri si consultarono brevemente sul da farsi: avevano scoperto dove si trovavano tre delle quattro chiavi che avrebbero potuto aprire loro la strada per il palazzo dei re, ma allo stesso tempo la loro incursione nelle segrete non era passata inosservata: i due Svinn interrogati avrebbero certamente offerto ai carnefici la descrizione dei loro aggressori, e presto o tardi una caccia serrata si sarebbe scatenata tra i cortili maggiori della fortezza.
Tuttavia i viaggiatori non si persero d’animo: tra la suprema strega dell’Ordo Obumbratio e la somma torturatrice di Mampang, scelsero di affrontare l’avversario che sembrava allora meno pericoloso, avviandosi con passo furtivo verso la torre ove dimorava l’avido tesoriere della fortezza, Valygna.
Eppure, come la storia ci insegna, lo spietato e astuto Maestro del Conio avrebbe potuto facilmente rivaleggiare in perfidia sia con Kalfira che Nephelith, ché invero miti creature mai avrebbero potuto conquistare, in quell’epoca tenebrosa, il favore dell’Arcimago di Mampang.

