Razàl

È opinione comune tra la gente semplice che tra le cime più inaccessibili dei Monti dei Giganti si celino ancora i discendenti della colossale stirpe di Jotun, sebbene l’ultima testimonianza che accerti la comparsa di una di queste creature gargantuesche si possa trovare soltanto tra le cronache di San Anselmo.

È certo comunque che in epoca più recente il sangue dei giganti è stato mischiato in qualche modo a quello degli uomini, ma tra le tante fantasiose tesi è opportuno riportare che questa unione avvenne non per via naturale, ma indotta dalla folle stregoneria della veste grigia Calisto, nel tentativo di generare un esercito di feroci guerrieri con i quali piegare le Torri della Stregoneria di Aghijon al suo volere.

Sebbene la maggior parte delle creature scaturite dagli esperimenti dello stregone morì dopo poco tempo, una coppia di fratelli riuscì a sopravvivere, ereditando dai giganti non solo la mole ma anche altre formidabili capacità; nelle lettere dell’alchimista di Lairenne si accenna alla possibilità che i due mezzo-giganti che un tempo spadroneggiarono tra le strade di Tullvéch fossero in grado di rigenerare qualsiasi ferita, anche mortale, a meno che il proprio corpo non venisse dato alle fiamme o decapitato.

Nessuno sa con precisione quando Razàl varcò i confini del feudo di Lairenne, né in che modo venne scelto per ricoprire il ruolo di boia nella Torre dell’Uomo Morto, ma è certo che nel 1306 venne nominato Capitano della Guardia di Tullvéch e incaricato di mettere ai ferri e interrogare il locale sacerdote della Croce Nera, le cui prediche sferzanti avevano infastidito non poco il signore del feudo.

Dalla sua posizione di potere, Razàl offrì riparo ai peggiori criminali della regione, vestendoli dei colori della milizia del borgo, e dopo qualche anno venne raggiunto dal fratello, Gauthier, seguito dai suoi fedeli tagliagole che avevano messo a ferro e fuoco le contrade vicino la grande città di Gundobad.

A quell’epoca, Gauthier veniva già ironicamente chiamato “il buono” dai suoi seguaci, e fu quindi naturale rivolgersi a Razàl con l’appellativo di “il bello”, considerate le ributtanti fattezze del mezzo-gigante che campeggiavano su un viso piatto e repellente.

Eppure, sebbene l’aspetto avrebbe potuto tranne in inganno un osservatore poco attento, Razàl era di gran lunga il più astuto e crudele dei due fratelli, ed è stato, quasi certamente, l’artefice principale delle più atroci nefandezze che gli abitanti di Tullvéch furono costretti a sopportare per lunghi anni, fino a quando la luminosa spada del paladino Libra non si abbatté con violenza sul suo capo, recidendolo dal corpo e ponendo fine per sempre alla sua disumana esistenza.